Contro i Professionisti dell’Anticasta che hanno dormito trent’anni

Abbiamo invano atteso un mese, e poi un altro, scorrendo pazientemente i giornali e le trasmissioni tv a caccia di un editoriale, un’invettiva, un fondo, un elzeviro, una letterina, persino una vignetta o soltanto un trafiletto capace di dare un qualche principio di realtà al ceto giornalistico italiano, ormai solidamente capitanato – a destra e a manca – dai nuovi eroi: i Professionisti dell’Anticasta. di Giovanni Negri
7 GEN 12
Ultimo aggiornamento: 18:46 | 9 AGO 20
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Abbiamo invano atteso un mese, e poi un altro, scorrendo pazientemente i giornali e le trasmissioni tv a caccia di un editoriale, un’invettiva, un fondo, un elzeviro, una letterina, persino una vignetta o soltanto un trafiletto capace di dare un qualche principio di realtà al ceto giornalistico italiano, ormai solidamente capitanato – a destra e a manca – dai nuovi eroi: i Professionisti dell’Anticasta. Abbiamo sperato che almeno una o uno su mille, duemila, tremila iscritti all’autorevole Ordine dei Giornalisti, una o uno fra i coraggiosi sindacalisti e guardiani dell’Etica Professionale infine impugnasse il calamo o ghermisse il microfono per porre la banale, scontata domanda che una categoria intera da settimane rimuove, nega, sfugge con puerile riflesso condizionato prima ancora che per dolosa consapevolezza. Abbiamo atteso quanto necessario per fare in modo che ogni querula voce dissonante non potesse essere confusa con le modeste ritorsioni partitico-castali e i patetici mugugni contro la sacrosanta scure invocata ed infine parzialmente calata su privilegi, benefit, indennità, vitalizi, ristoranti, spettacoli, treni, aerei, vizi e abusi dei loschi politicanti in servizio permanente effettivo.

Ma adesso, nel silenzio assordante e sconcertante di un’intera categoria, lasciatecelo chiedere. Come fa, come può la Stampa Italiana – dopo un trimestre di iconoclastica furia dei Professionisti dell’Anticasta – evitare il pubblico dibattito e confronto, dinnanzi ai propri lettori e telespettatori, e anche dinnanzi a un semplice specchio, su se stessa e sul ruolo svolto negli ultimi trent’anni? Come può dignitosamente sfuggire a banalissime domande – Dove eravate? Che ci stavate a fare? Perché avete taciuto? Sapevate o no dei privilegi? Sapevate o no dei 1.911 miliardi di debito pubblico che la Casta Mandarinica andava accumulando? Se sapevate come potete continuare a esercitare il vostro mestiere? Se sapevate chi vi ha pagato per tacere? Come siete entrati in Redazione? Come ci siete rimasti? Se non sapevate come potete giustificare il vostro fallimento? Se non sapevate quale professione avete svolto e quale pensate di svolgere in futuro? – come può dignitosamente sfuggire a tali banalissime domande una categoria che, se sono dimostrate le caustiche denunce dei Professionisti dell’Anticasta, altro non ha che da chiedere perdono a telespettatori e lettori, ammettendo – senza se e senza ma – la propria evidente responsabilità civile e sociale. Quella di aver trasformato se stessa, la categoria dei sedicenti Cani da Guardia del Potere, in una schiera di scodinzolanti servitori, muti e proni per decenni nel nome dei propri miserabili calcoli e interessi?

Via: abbiamo trascorso un mese, poi due, infine anche tre a vedere soavi e attempati signori, ben vestiti e con l’erre moscia, scrollare le ampie ciglia sugli occhi cerulei e innocenti come quelli di un Bambi dei cartoni animati, nel mentre col verbo tagliente del novello Robespierre spingono alla pubblica gogna i porci, i grassatori del popolo, i ratti portatori del germe infame della corruzione. Il guaio è che, al terzo mese di grande purga dei Professionisti dell’Anticasta, anche l’occhio più quieto e assuefatto si desta, e comincia a meglio scrutare il profilo dei Predicatori del Tempo Nuovo. L’altra sera, saltando di canale in canale, si riconosceva un simpatico giornalista protagonista di talk show anticasta. Faceva notoriamente ed entusiasticamente parte, all’epoca, di quello che in Transatlantico era noto come “il gruppo delle mozzarelle di Nusco”. Amiconi trasversali, di diverse testate, che almeno una volta al mese si recavano in pellegrinaggio a villa De Mita, onde rifornirsi di prelibate indicazioni e formaggi. Un colpo di telecomando ed ecco lo sguardo corrusco e la voce cupa, roca di un Professionista dell’Anticasta indicare l’Antro degli Orrori: il tono dell’annuncio è quello che può precedere un filmino pedo-pornografico, anche se il Luogo dell’Incubo si identifica pochi secondi dopo nel profilo di Montecitorio.

In studio due saggi illustrano al popolo la Vergogna del passato e la Virtù che si annuncia, l’uno entrato in Rai grazie all’amico Martelli, l’altro di schiatta andreottiana, quando l’ultima imbarcata di penne e microfoni amici si inchinava al Divo Giulio statista del secolo. Ora, inflessibile, il nostro documenta come l’esonerare Carletto dalla leva militare, regalare a nonna Angela la pensione di invalidità anche se non era cieca, mandare in pensione mamma Maria a 39 anni e dopo soli 14 anni 6 mesi 1 giorno di vita da bidella, lasciare costruire a papà Antonio la camera abusiva sul terrazzo del Prenestino erano altrettanti infami, vergognosi abusi scaricati dalla Casta sulle spalle delle nuove generazioni. Su un’altra rete la logora macchietta di Scilipoti era intanto usata da un giovane redattore al quale avevano spiegato che si fa così: via con un pezzo facile e veloce, come chiede il direttore entrato in Rai per parentela, rimastoci per relazioni, destinato all’eternità per innegabili tre quarti di nobiltà Castale.

Ma intanto, di canale in canale, di pagina in pagina, accanto a invettive ogni giorno più infuocate e mentre a colpi di etere e inchiostro dilagano le luminose figure professionali dei Grande Esperti, dei Professionisti dell’Anticasta, solo un vecchio, logoro riflesso corporativo e subalterno al potere di turno può far sì che a un’intera categoria sfugga il colossale punto interrogativo che è andato crescendo in una fascia – forse piccola ma destinata a crescere – di opinione pubblica più matura, consapevole.
Che oggi reclama a gran voce cifre, dati, pezzi, servizi, in breve l’essenziale pane dell’informazione sulle Caste e sugli Sprechi della spesa pubblica (a cominciare dai 60 miliardi di euro dilapidati lungo un decennio, secondo Bankitalia, in aiuti pubblici alle imprese rivelatisi integralmente inutili), e che ha maturato almeno la consapevolezza che se per tirare su le brache a questo paese occorre si innervi una nuova classe politica, prima ancora è necessario che nasca e cresca un giornalismo nuovo o semplicemente antico. Diverso, radicalmente diverso, da un Professionismo dell’Anticasta così stucchevolmente mellifluo e ipocrita da imporre, rendere attuale e ineludibile la domandina. Stampa Italiana: in che paese hai abitato in questi cinquant’anni? Stampa Italiana: ci sei o ci fai?
di Giovanni Negri